Open data e fisco: come i dati pubblici aiutano i cittadini a scegliere meglio

di Community Verona Network

| 10/04/2026

Il concetto di “dati aperti” — open data, nella terminologia internazionale — si è affermato negli ultimi anni come uno dei pilastri della trasparenza amministrativa. L’idea è lineare: le informazioni prodotte dalla pubblica amministrazione, finanziate con le tasse dei cittadini, devono essere rese disponibili in formati accessibili, leggibili e riutilizzabili. Ma tra il principio e la pratica, in Italia, il divario è ancora ampio.

Cosa sono gli open data e perché contano

Gli open data sono dataset pubblicati da enti pubblici in formati standard (CSV, JSON, API) che consentono a chiunque di consultarli, scaricarli e analizzarli senza restrizioni. L’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) ha emanato linee guida specifiche per la pubblicazione di dati aperti da parte delle pubbliche amministrazioni, recependo le direttive europee in materia.

L’obiettivo non è solo la trasparenza fine a sé stessa. I dati aperti servono a molteplici scopi: permettono ai giornalisti di verificare le dichiarazioni dei rappresentanti pubblici, ai ricercatori di condurre analisi indipendenti, alle imprese di sviluppare servizi basati su informazioni affidabili, e ai cittadini di esercitare un controllo informato sulle attività della pubblica amministrazione.

Il caso dei dati fiscali: tanto materiale, poca accessibilità

Uno degli ambiti in cui il divario tra disponibilità formale e accessibilità reale è più evidente è quello dei dati fiscali. L’Agenzia delle Entrate, per esempio, pubblica ogni anno gli elenchi dei beneficiari del 5 per mille: centinaia di migliaia di record con nomi di enti, codici fiscali, importi ricevuti, numero di scelte espresse dai contribuenti. Dati estremamente interessanti per chi si occupa di Terzo settore, fundraising, ricerca sociale o giornalismo investigativo.

Il problema è il formato: questi elenchi vengono pubblicati prevalentemente in PDF, documenti statici e difficili da interrogare. Per estrarre un’informazione specifica — quanto ha ricevuto un certo ente nell’ultimo decennio, come si distribuiscono i fondi per regione, quale settore cresce di più — serve un lavoro manuale che scoraggia la maggior parte degli utenti.

Quando i cittadini fanno ciò che le istituzioni non fanno

In molti Paesi, quando le istituzioni non riescono a rendere i dati realmente fruibili, sono i cittadini a prendere l’iniziativa. Si parla di civic tech: progetti tecnologici sviluppati dalla società civile per migliorare l’accesso alle informazioni pubbliche.

Un esempio concreto riguarda proprio i dati del 5 per mille. Come spiega un’analisi pubblicata su risultati5x1000 dedicata al funzionamento del calcolo del 5 per mille, la piattaforma ha estratto tutti i dati pubblicati dall’Agenzia delle Entrate dal 2006 al 2024 — oltre un milione di record — e li ha trasformati in un database ricercabile con grafici interattivi, filtri per area geografica e categoria, mappe sulla distribuzione territoriale dei fondi, confronti anno su anno tra più enti e API pubbliche e gratuite.

Progetti come questo non sostituiscono il lavoro delle istituzioni, ma ne colmano una lacuna concreta. E dimostrano che, quando i dati vengono resi davvero accessibili, il loro valore informativo cresce esponenzialmente.

Open data in Italia: luci e ombre

L’Italia ha compiuto passi avanti significativi sul fronte degli open data. La creazione del portale dati.gov.it, le linee guida di AgID, l’adeguamento alle direttive europee: sono tutti segnali positivi. Tuttavia, i rapporti europei sulla maturità degli open data continuano a segnalare aree di miglioramento, soprattutto nella qualità e nell’aggiornamento dei dataset pubblicati.

Il tema non è solo tecnico. Riguarda la qualità della democrazia. Dati pubblici che nessuno riesce a usare non sono davvero pubblici: sono solo formalmente trasparenti. E la differenza tra trasparenza formale e trasparenza sostanziale è la stessa che passa tra un diritto scritto su carta e un diritto che si può esercitare nella pratica.

Cosa può fare il singolo cittadino

Non serve essere sviluppatori o analisti di dati per beneficiare degli open data. Sempre più piattaforme offrono interfacce intuitive, motori di ricerca e strumenti di visualizzazione che rendono l’analisi dei dati pubblici un’operazione alla portata di tutti.

Verificare dove finiscono i fondi del 5 per mille, controllare l’andamento delle entrate di un ente nel tempo, confrontare la situazione di diversi enti nella propria provincia: sono operazioni che oggi richiedono pochi minuti e che, fino a pochi anni fa, avrebbero richiesto ore di lavoro manuale.

In una democrazia in cui la partecipazione informata è sempre più importante, avere accesso ai dati è il primo passo. Saperli usare è il secondo. E pretendere che siano accessibili è il terzo.

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