L’AI sta cambiando il modo di cercare, ma la SEO resta il centro delle strategie di posizionamento

di Community Verona Network

| 19/12/2025

L’intelligenza artificiale generativa è il centro gravitazionale del dibattito sul digital marketing. È presente nei programmi delle conferenze, domina le conversazioni su LinkedIn, orienta le decisioni strategiche di molte aziende che operano online. 

In pochi mesi si è passati dal chiedersi se l’AI avrebbe avuto un impatto sulla ricerca al tentativo, spesso affrettato, di ripensare interi modelli di visibilità organica intorno agli LLM, ai sistemi di risposta generativa e alle cosiddette AI Overview.

Molti brand stanno investendo tempo e risorse per comprendere come “piacere” alle piattaforme di intelligenza artificiale: ottimizzano contenuti per le risposte sintetiche, studiano embedding vettoriali, costruiscono cluster semantici sempre più complessi, riscrivono architetture editoriali per adattarle a modelli linguistici che non funzionano come i motori di ricerca tradizionali. Tutto legittimo, in prospettiva. 

Meno considerata, però, è una realtà che i dati continuano a restituire con chiarezza: per la stragrande maggioranza dei siti web, il traffico proveniente dalle piattaforme AI rappresenta ancora una quota marginale rispetto a quello generato dalla ricerca organica classica.

La ricerca AI sta crescendo, senza discussioni, ma, nella pratica quotidiana, le sessioni di referral complessive provenienti da strumenti basati su LLM si attestano spesso intorno al 2–3% del traffico che Google continua a portare da solo. 

Un divario netto, che rende evidente un rischio concreto: concentrare energie sul futuro, trascurando ciò che oggi muove davvero numeri, lead e fatturato.

Come osserva Isan Hydi, CEO di Wolf Agency: «L’AI sta cambiando il modo in cui le persone formulano le domande e scoprono i contenuti, ma quando analizziamo i dati reali dei clienti vediamo ancora una dipendenza fortissima dalla SEO tradizionale. Il rischio più grande, oggi, è saltare i fondamentali inseguendo scorciatoie che non hanno ancora un impatto misurabile».

Le vittorie rapide esistono ancora, e spesso sono sottovalutate

Nel clima di entusiasmo per tutto ciò che è avanzato e predittivo, si tende a dimenticare quanto alcune leve SEO di base restino sorprendentemente efficaci. I tag title ne sono un esempio evidente. 

Continuano a essere uno degli elementi on-page con il miglior rapporto tra sforzo e risultato, eppure sono ancora gestiti in modo approssimativo: keyword sbagliate, assenza di varianti semantiche, titoli generici che non intercettano alcuna domanda reale.

In più di un progetto recente, Wolf Agency ha visto come piccoli interventi sui title hanno generato incrementi tangibili in termini di ranking, impression e clic. In un caso concreto, l’aggiunta di una semplice estensione semantica al titolo della homepage, senza alcuna altra modifica strutturale o di contenuto, ha portato a una crescita immediata delle query presidiate e del traffico associato. Un’azione minimale, un risultato misurabile.

Se queste ottimizzazioni vengono affiancate a interventi coerenti sul copy on-page, sul linking interno e sul profilo di backlink, l’effetto tende a consolidarsi nel tempo. 

È una SEO meno spettacolare di quella raccontata nei panel sull’AI, ma continua a funzionare perché intercetta il comportamento reale degli utenti e i criteri di valutazione attuali dei motori di ricerca.

Contenuti, autorità e freschezza: una combinazione ancora decisiva

Tra le tecniche che sembrano essere passate in secondo piano c’è quella che, in ambito SEO, viene spesso definita “skyscraper”. 

L’idea è semplice: individuare contenuti che già si posizionano per determinate query e pubblicare una risorsa nettamente superiore, più aggiornata, più completa, più autorevole.

È vero che il web è saturo di articoli simili, soprattutto per keyword molto battute. Ed è altrettanto vero che questo approccio non è replicabile da qualunque sito. 

Ma quando un dominio possiede una buona autorità e un reale diritto di competere su un tema, la freschezza dei contenuti resta una leva potentissima. 

In diversi casi, articoli pubblicati su argomenti storici hanno raggiunto posizioni di vertice in tempi molto brevi, semplicemente perché i contenuti concorrenti risultavano obsoleti o trascurati.

Come sottolinea Brian Gjermeni, SEO Expert di Wolf Agency: «La saturazione dei contenuti è reale, ma non significa che tutto sia già stato detto bene. Google continua a premiare chi aggiorna, approfondisce e dimostra competenza reale su un argomento. La freschezza, quando è supportata da autorevolezza, resta un fattore competitivo fortissimo».

Ignorare del tutto questa possibilità, per timore di “arrivare tardi”, significa rinunciare a opportunità concrete, soprattutto in settori dove molti contenuti storici non vengono aggiornati da anni.

L’esperienza utente non è stata superata dall’AI

Un altro equivoco sempre più diffuso riguarda l’idea che l’esperienza utente sui siti web stia diventando secondaria, destinata a essere sostituita da interazioni dirette all’interno delle piattaforme AI. 

In alcuni contesti, come l’e-commerce più evoluto, si intravedono già modelli di acquisto assistito o checkout integrati. Ma la maggior parte dei siti non vende prodotti, e anche chi lo fa continua a ricevere una quota rilevante di traffico da canali tradizionali.

Che un utente arrivi da Google, da una campagna paid, da un referral AI o da una visita diretta, cambia poco se il sito è lento, confuso, privo di un percorso chiaro. Velocità, usabilità, chiarezza delle call to action e solidità dell’imbuto di conversione restano determinanti

I test di ottimizzazione del CTR e delle conversioni dimostrano ancora oggi miglioramenti netti delle performance quando questi elementi vengono curati in modo sistematico.

I brand che continuano a investire sull’esperienza utente mantengono un vantaggio competitivo evidente rispetto a chi aspetta che l’AI risolva automaticamente il problema della conversione. Un’attesa che, nella maggior parte dei casi, rischia di tradursi in immobilismo.

Guardare al futuro dell’AI senza tralasciare la SEO 

L’intelligenza artificiale sta effettivamente rimodellando la ricerca, influenza le SERP, modifica il comportamento degli utenti, rende più complessi i modelli di attribuzione. Ignorarla sarebbe miope. Ma altrettanto pericoloso è sovrastimarne l’impatto immediato, sacrificando strategie che continuano a produrre risultati concreti.

La SEO resta oggi la principale fonte di traffico qualificato per la maggior parte dei siti web. Le ottimizzazioni rapide esistono ancora. 

I contenuti migliori continuano a emergere. L’esperienza utente rimane un fattore determinante per la conversione. E, aspetto spesso trascurato, il rafforzamento dei fondamentali SEO contribuisce anche a migliorare la visibilità complessiva del brand, compresa quella all’interno degli ecosistemi AI.

Rimanere aggiornati sugli sviluppi dell’intelligenza artificiale è necessario. Farlo senza perdere di vista ciò che oggi genera crescita misurabile è una scelta strategica. In un contesto in cui il rumore aumenta, la differenza continua a farla chi sa distinguere tra tendenza e realtà operativa.

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