Radiazioni, due casi in Veneto. In attesa del deposito unico nazionale

L’articolo di Milena Gabanelli e Pietro Gorlani nella rubrica DataRoom (Corriere della Sera) del 16 aprile mette in luce il rischio radiazioni in Lombardia e Veneto. Sopratutto nel bresciano (dove si concentra oltre la metà delle fonderie italiane)  sono state fuse fonti di Cesio 137, di Radio 226 e di Cobalto 60, arrivate quasi sempre dall’Europa orientale. Nascoste in involucri di piombo infilati dentro i camion di rottami in modo da sfuggire ai controlli, una volta immesse nei forni hanno contaminato gli impianti di abbattimento fumi, le polveri, i lingotti di acciaio e di alluminio.

Il Veneto rappresenta un’eccezione rispetto al silenzio della quasi totalità delle rimanenti regioni italiane. Il primo incidente radioattivo mappato infatti risale addirittura al 1974. Nell’azienda ospedaliera universitaria di Verona ben cento tonnellate di materiale sanitario venne contaminato da aghi di Radio 226. Visti gli ingenti quantitativi e un livello di radioattività più alto del solito il materiale è rimasto stoccato nel magazzino dell’ospedale, non finendo così nei venti depositi temporanei presenti in Italia, che accolgono le scorie a bassissima radioattività prodotte quotidianamente da ospedali e industrie.

Più inquietante l’episodio del 2004 verificatosi alle Acciaierie Beltrame di Vicenza: il materiale radioattivo era arrivato dalla Italrecuperi di Pozzuoli specializzata nella raccolta di materiale ferroso, che a sua volta lo aveva acquistato da una ditta statunitense di Cincinnati (Ohio), la Ohmart, produttrice dell’isotopo per usi industriali. Anche in questo caso, l’immissione della fonte radioattiva nel forno ha provocato contaminazione del materiale, sequestro, stoccaggio e anni d’attesa per capire il da farsi.

E intanto il deposito unico nazionale, autorizzato dal 2001, in cui dovrebbero confluire tutte le scorie radioattive provenienti dallo smantellamento di centrali, centri di ricerca, ospedali, industrie, ancora non c’è.