Due libri & qualche verso
Pagine per i grandi
A cura di Miryam Scandola
IL LIBRO. Leggere Memoria di ragazza è fare un viaggio nelle vergogne silenziate delle nostre adolescenze, quelle epoche del niente, vissute da un noi sempre ripudiato. Si esce straziati dalle descrizioni tragiche e luminose che Annie fa di Annie stessa, della ragazza del ’58 che è stata. Inadeguata, eccessiva negli slanci, ridicola nella lettura impietosa che lei credeva di intuire negli occhi degli “altri”, vandali imprecisi e diabolici di ogni giovinezza. Sesso, violenza, giudizio esterno e interno. Non importa se sei la ragazza bionda invidiata e desiderata, non importa se sei il suo contrario, ovvero la non vista, quella che nelle espressioni lessicali conserva lo stigma delle sue origini umili: rimani a camminare in una solitudine, per certi versi preparatoria delle future, ma sicuramente di una fattura più estrema, perché è la prima. Cosa significa recuperare, decenni dopo, l’architrave di tutte le nostre insicurezze? Rapportarsi, come fa la Ernaux, con l’inizio del nostro vagare?
L’AUTRICE. La letteratura contemporanea francese deve tutto, o quasi, a lei e al genere che ha inventato. Un’autobiografia selettiva, corale che, libro dopo libro, (l’ultimo è La Vergogna) recuperando pezzi dei suoi paesaggi esistenziali ci riconsegna ai nostri e ce li srotola spietatamente davanti. La sua scrittura è così sentita che dispiace quasi pensare quanto ha perduto, o ha messo in conto di perdere, per dire la verità di sé, per scavarsi fino a smottare la sua anima, e così la nostra. Non racconta per compiacere pubblici, non per narcisismi secolari. Quello che fa è «scrivere nel silenzio della mia casa, sola, per lottare contro la lunga vita dei morti».
CURIOSITÀ. Anche se ha vinto il Premio Strega Europeo con Gli Anni, la Ernaux dice spesso che Memoria di ragazza è uno dei suoi libri più importanti. Ha parlato in tutte le sue opere dei genitori, del bar-drogheria al quale erano incatenati, della sorella perduta e mai conosciuta, di bulimia, di amore e del suo esatto contrario. La materia narrata è sempre la sua vita, perché le è necessario, perché scrivere «è un rituale laico di salvezza». E perché «quello che conta non è quello che succede, è ciò che si fa di quel che succede». Ma lo si capisce solo, forse, dopo aver decostruito la persona goffa e dolorosa che siamo stati.
Pagine per i più piccoli
A cura di Alessandra Scolari
IL LIBRO. Narra la storia di Tina e Bobby (Roberto), figli di una famiglia benestante di inizio Novecento. È il compleanno di Bobby, piove e niente passeggiata in campagna: gli adulti optano per un concerto. I bambini restano a casa. Combinano come al solito marachelle (rovesciano anche la cipria e il profumo di zia Celeste), poi vanno in salotto e scoprono, illuminato da uno spicchio di sole, il grande dipinto alla parete. A Tina balza un’idea; «entrare» nella tela con le mani «per afferrare l’anima dell’artista», d’altronde lo diceva sempre mamma quando spiegava come bisogna guardare i dipinti. Con grande abilità, oltrepassa la cornice e scopre un mondo meraviglioso.
L’AUTRICE. Anna Emilia Vivanti, detta Annie (Norwood,1866 – Torino, 1942) è figlia d’arte. Il padre Anselmo, mantovano rifugiato politico e la madre, la scrittrice Anna Lindau, proveniva da una famiglia tedesca di noti scrittori. Annie fu una scrittrice e poetessa italiana dai molteplici interessi. Cresciuta tra Inghilterra, Italia, Svizzera e Stati Uniti, viaggiò moltissimo inserendosi velocemente e profondamente nei contesti e nelle culture in cui, di volta in volta, si trovava a vivere. Il suo motto era «qui e ora». In Italia diventò amica di Giosuè Carducci, dopo che la lanciò con la prefazione del volume Lirica (Milano, Treves 1890). Rimase legata al poeta fino alla sua morte. Annie sposò l’irlandese John Chartres ed ebbero una figlia Vivien, ma per l’Inghilterra – paese in cui nacque e restò cittadina – nutrì sentimenti discordanti, era più affine alla mentalità americana. Elesse l’Italia come sua patria, perché, anche in questo libro, ammette attraverso Gnu (un strambanimale africano tolto dal dipinto) «anch’io, come tante altre bestie straniere, mi sono innamorato dell’Italia e non ho più voluto andar via».
CURIOSITÀ. Il viaggio incantato, pubblicato per la prima volta nel 1923 e riproposto da Mondadori nel 1933, fu l’unico suo capolavoro per ragazzi. Nel 2017 è stato riproposto nella collana I Leoni d’oro, perché ritenuto un classico della letteratura italiana, che nella narrazione in maniera fantastica e suggestiva evidenzia i valori della vita: il coraggio, la lealtà, l’amicizia e il rispetto per gli altri. Un racconto che ha la capacità di trasportare anche i ragazzini nati digitali (età dai 7 ai 9 anni) in un viaggio tra le pagine, arricchendo l’immaginazione di esperienze uniche. Bellissime le illustrazioni (ricordano Botero), ben evidenziano la magia dei momenti clou degli scenari del racconto e aiutano i bambini a ricordare. Il libro, con linguaggio scorrevole e stimolante, rivela la forza della letteratura “più antica”, capace di captare l’attenzione dei lettori (piccoli e grandi).
Se vi serve un po’ di poesia
La mia fondazione fu rituale e insensata, e sorsi sul franare e nacqui dal mancare palafitta del nulla palo nel nulla fitto. (Valerio Magrelli)
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