Gli studi dell’Arpav sulla vita nel lago (dopo l’alluvione)

Ci servirà tempo per capire che impatto abbia avuto l’alluvione dello scorso ottobre sul lago di Garda. Ci siamo fatti spiegare da Giorgio Franzini di Arpav che tipo di analisi l'agenzia sta facendo sulle acque del lago e cosa ci può dire la biologia Ci sarà bisogno di tutto il 2019, e poi dei prossimi…

Ci servirà tempo per capire che impatto abbia avuto l’alluvione dello scorso ottobre sul lago di Garda. Ci siamo fatti spiegare da Giorgio Franzini di Arpav che tipo di analisi l’agenzia sta facendo sulle acque del lago e cosa ci può dire la biologia

Ci sarà bisogno di tutto il 2019, e poi dei prossimi 26 anni (tempo necessario per il ricambio delle acque del Garda), per stabilire con certezza, se il riversamento delle acque dei fiumi Adige e Sarca, in seguito alle violenti piogge dello scorso fine ottobre, abbia apportato delle modifiche all’ecosistema del lago. Perché al momento si può dire solo che non ci sono state contaminazioni acute, occorrerà tempo e pazienza per verificare nei laboratori dell’Arpav, come risponderà la vita animale e vegetale col passare degli anni e con il ricambio delle acque del lago. Abbiamo incontrato Giorgio Franzini, responsabile dell’ufficio del lago di Garda, per capire quali analisi sono state fatte e cosa si farà nei prossimi anni.

Per prima cosa si è voluto verificare il possibile rischio sanitario, dovuto eventualmente alla presenza di contaminazione fecale. In pratica è stato attivato il protocollo di analisi previsto per la balneazione.

Poi si è passati ai campionamenti per verificare la qualità ambientale.  I primi sono stati fatti nel punto di massima profondità del lago, all’altezza di Brenzone, e poi a Torbole. C’è una direttiva europea del 2000 che stabilisce quali sono gli elementi di qualità biologica che vanno monitorati, e su quelli, si baseranno poi le conclusioni.

Nel laboratorio dedicato dell’Arpav intanto si lavora, e se la qualità biologica delle acque del lago subirà delle variazioni, lo scopriremo grazie alle biologhe Federica Giacomazzi e a Chiara Zampieri.

Il servizio

 

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