68 e dintorni, dalla produzione industriale alla produzione digitale
C’è una inaugurazione oggi presso gli spazi dei Tolentini all’Università IUAV di Venezia dove l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia di oggi, a 50 anni dal movimento del ’68 si racconta attraverso una mostra collettiva, fatta con le immagini, le parole e i suoni di quella rivoluzione “del possibile”. Un punto fermo tra prima e dopo. Una riflessione.
L’occasione, un editoriale uscito sulla Rivista Engramma nel numero 156 di Maggio/Giugno di quest’anno, uno specchio a sei mani, Monica Centanni, Fernanda De Maio, Michela Maguolo, dal titolo “Il 68 che verrà”. E una foto in bianco e nero.
“Venezia, quattro studenti sul tetto dei Tolentini, nell’aprile del 1967. Quattro ragazzi, due in maglione, uno in camicia, uno in giacca e cravatta, a cavalcioni della linea di colmo che unisce le due falde del tetto, i due versanti, l’esterno e l’interno, la scuola e la città. Stanno presidiando dall’alto la facoltà di architettura occupata e diffondendo sulla città la voce della protesta. Lo sguardo è lontano, è oltre. Il 68 è cominciato così allo Iuav, nell’aprile del 1967, con un’occupazione durata 64 giorni.”
Stralci di una memoria che l’articolo puntualmente ricuce e mette a confronto con la contemporaneità di un presente che più che “liquido” è liquefatto, uno stato difficile da arginare: “Diritto allo studio e Diritto di cittadinanza sono i temi che emergono e si intrecciano nel 68 che in Italia nasce nelle Università – e nelle facoltà di architettura, prima che altrove. Due diritti che sembravano acquisiti con pienezza cinquant’anni fa e dovrebbero essere riconosciuti come inalienabili e che invece assumono oggi contorni ambigui e incerti, scontrandosi con le paranoie sociali su cui si fonda l’ideologia politica opprimente che avvelena l’Italia nella primavera 2018”.
Passato e presente si uniscono in questo luogo virtuale quale è la rivista, consentendo di ricordare fatti e sensazioni, traccia mnemonica che si organizza nel sistema nervoso come conseguenza di processi di apprendimento e di esperienza e ne prende forma autonoma come altro da sé, figlio.
Engramma è la rivista on-line del Centro studi classici – ‘Architettura, civiltà, tradizione del classico’ – dell’Università IUAV di Venezia: un laboratorio di ricerche costituito da studiosi e da giovani ricercatori, nato come ‘Seminario di tradizione classica’ nel marzo 2000, coordinato da Monica Centanni. Al centro delle ricerche di Engramma è la tradizione classica nella cultura occidentale: persistenze, riprese, nuove interpretazioni di forme, temi e motivi dell’arte, dell’architettura e della letteratura antica, nell’età medievale, rinascimentale, moderna e contemporanea.
Le tre autrici, storiche dell’architettura e ricercatrici attente e curiose, nell’editoriale vogliono interrogare le “profezie del passato”, entrando nel cuore di quell’evento per leggerlo, affinché sia strumento teorico ed estetico, per individuare, sottolineare e mettere in evidenza le aporie del presente e per immaginare linee di fuga.
La mostra che oggi si inaugura, e resterà aperta fino al 17 gennaio 2019, fa eco a quel numero monografico di Engramma dedicato al 68, come punto di prospettiva privilegiato per l’osservazione critica delle forme emergenti di fobia e paranoia che ci appartengono: la sicurezza; il decoro; l’identità; le fissazioni auto-immunitarie di identità e di comunità; l’esclusione di tutto ciò che appare perturbante, estraneo, straniero.
Un 68 che è già avvenuto, con “La rivoluzione rizomatica del digitale”, come nello stesso numero della Rivista ci sottolinea, Roberto Masiero: “Per comprendere il Sessantotto è necessario considerarlo parte di un evento epocale che prende corpo nella seconda metà del Novecento; cambiamento che riguarda l’economia, la politica, l’organizzazione sociale e, inevitabilmente, le idee e le pratiche relative a ciò che chiamiamo soggetto. Questo cambiamento è comprensibile solo se accettiamo il fatto che siamo passati rizomaticamente da un modo di produzione industriale a un modo di produzione digitale, ricordando che quando cambia un modo di produzione cambia decisamente tutto. Ecco, il Sessantotto è parte di quel tutto che, tra le altre caratteristiche, ha quella di presentarsi come un eterno presente, dove tutto cambia e tutto permane”
Il ’68 dunque molto più di una radice, un “rizoma”: appare come una radice molto diramata, ma è invece una vera e propria porzione di fusto che si sviluppa sotto il livello del suolo, possiede gemme proprie e funziona da deposito di sostanze nutrienti, metafora di connessione ed estensione, dove qualsiasi punto è connesso a ognuno degli altri attraverso un’espansione multidirezionale, una potente metafora, che unisce mondo naturale e mondo digitale. Modelli nella memoria collettiva per rendere visibili, concetti complessi, che intersecano a loro volta molteplici significati.
Forse il ‘68 è stato una rivoluzione più visibile nelle sue forme immediate, una rivoluzione fatta di manifestazioni, di contenuti, di confronti culturali, che ha lasciato a Venezia una Facoltà di Architettura dove negli anni Ottanta vi era l’eccellenza di Docenti e Insegnamenti, dove noi studenti eravamo assetati di sapere tra memoria e futuro, eravamo noi stessi rete e mettevamo radici profonde che ancora oggi ci portano con approccio critico e scientifico, con passione, a guardare le cose per vederle senza nasconderci, a ritrovarci dopo più di trent’anni e ad avere la stessa curiosità, a discutere da Nietzsche ad Heidegger sulla questione della tecnica, un “eterno ritorno”, se prima con una gazzosa davanti, oggi con un bicchiere di buon vino, ma con la stessa ostinazione; a volte ci mancano quei sogni assurdi e condivisi, così studiamo ancora, raccontiamo per costruire architetture umane.
Per noi I.U.A.V. era la sigla di contenuti da esplicitare e diffondere, oggi Iuav è il logo che gli studenti esibiscono su borsette di tela simili a tante altre: questa mostra un’occasione per riempire quelle borse. Homo faber fortunae suae.
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