Andrea Nocini: «La mia Champion League è il calcio dell’anima, che vale più di una coppa»
di Redazione
Non servono stadi illuminati, né notti europee per sentirsi campioni. Basta un pallone, un ricordo, una storia da raccontare. È con questo spirito che Andrea Nocini, giornalista, direttore di Pianeta-Calcio.it, e autore del blog personale Noce Gol, ha presentato questa mattina nella Sala Rossa della Provincia di Verona il suo 18° libro, “La mia Champion League – Non servono coppe per sentirsi campioni”, con la prefazione a firma di Furio Zara.
Un titolo che già racconta tutto: una scelta voluta, personale, quasi controcorrente. A dialogare con lui il collega ed ex allievo (ora nostro direttore) Matteo Scolari, che ha accompagnato il pubblico dentro un racconto fatto di vita vera, senza filtri.

«La mia Champions League – ha spiegato Nocini – non è quella dei grandi riflettori, ma quella di un sogno che nasce da lontano, da un ragazzo con le “gambe di sedano” (Nocini stesso) che ha capito che il suo campo sarebbe stato un altro, non quello d’erba» .
E in quelle parole c’è già tutto: l’ironia, la nostalgia, ma anche la consapevolezza di chi ha trasformato un limite in una strada. Perché se il calcio giocato si è fermato presto, quello raccontato non ha mai smesso di correre, né di galoppare.

Il libro è un viaggio profondamente autobiografico, dove il pallone diventa una bussola capace di orientare emozioni, incontri e ricordi. Non è la Champions League delle stelle, ma quella delle persone, delle domeniche di provincia, dei campi polverosi e delle voci alla radio.
«Ho voluto raccontare le cose belle e anche quelle difficili, perché ogni vittoria nasce sempre da una sofferenza» , ha aggiunto l’autore. E in questo racconto c’è qualcosa di universale: la fatica, i sogni, le occasioni mancate, ma anche quelle inattese.
Sfogliando le pagine – come emerge anche dalla prefazione – si entra in un mondo dove il risultato passa in secondo piano e resta il cuore, dove il calcio torna ad essere “il gioco più bello del mondo” perché sa parlare di noi, delle nostre fragilità e delle nostre speranze .
Nel libro trovano spazio anche tanti volti che hanno incrociato il cammino umano e professionale di Nocini, in un intreccio che unisce grandi nomi e storie meno conosciute ma altrettanto significative. Tra questi compaiono figure iconiche del calcio internazionale come Lennart Johansson, storico presidente UEFA, e Michel Platini, oltre al leggendario Alfredo Di Stéfano, definito dall’autore «il più forte di sempre» . Accanto a loro, però, convivono racconti di persone comuni, amici, colleghi e protagonisti del mondo dilettantistico, fino a storie toccanti come quella del giovane pallavolista Matteo Piazzetta, a testimonianza di come la vera “Coppa Campioni” di Nocini sia fatta soprattutto di incontri, ricordi e umanità condivisa. «Ho avuto la fortuna di incontrare personaggi importanti – ha raccontato – ma le storie che restano sono spesso quelle più semplici, quelle che non finiscono sui giornali» .
E allora la sua “Champion League” diventa qualcosa di diverso: non una competizione, ma una collezione di attimi. Un mosaico di emozioni che tiene insieme una telefonata, una stretta di mano, una partita raccontata alla radio, un ricordo che resiste al tempo.
C’è poi una dimensione ancora più intima, quasi sussurrata. Nel libro – e nella presentazione – emerge forte il legame con la famiglia: con il padre medico Sinibaldo, con il fratello Giorgio scomparso prematuramente e con l’amata madre Tiziana, imprenditrice. «Mia madre è stata la mia stella cometa», ha detto Nocini con occhi lucidi, lasciando trasparire un’emozione che ha attraversato tutta la sala.
E forse è proprio qui che il libro trova la sua verità più profonda: nel raccontare che ogni vita ha il suo finale, il suo momento decisivo, anche senza coppe da sollevare. Perché, come suggerisce Nocini, si può essere campioni anche senza aver mai giocato in uno stadio pieno. Basta aver inseguito qualcosa con passione, aver creduto in un sogno, aver trovato il coraggio di raccontarlo. Come ha fatto lui, da giornalista testimone di un calcio che sta scomparendo.
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