A Pontida l’ultimo saluto al “Senatùr”
Redazione
Si sono svolti oggi alle ore 12, presso il monastero di San Giacomo, i funerali di Umberto Bossi, fondatore della Lega, scomparso il 19 marzo all’età di 84 anni. Una cerimonia sobria, senza discorsi ufficiali, ma carica di significato politico e simbolico, nel luogo che più di ogni altro rappresenta la storia del movimento da lui creato, Pontida.
Non è casuale che l’ultimo saluto al “Senatùr” sia avvenuto proprio nel “teatro” del tradizionale raduno leghista e culla dell’identità padana. Lì, a pochi passi dal celebre “pratone”, si è consumato un commiato che ha assunto i contorni di un rito collettivo per il popolo leghista. Fin dalle prime ore del mattino, centinaia di militanti hanno raggiunto la località bergamasca, molti indossando simboli storici del movimento: fazzoletti e camicie verdi, bandiere con il “sole delle Alpi”, striscioni di ringraziamento.
All’arrivo del feretro, accolto da un lungo applauso e dal coro “Bossi, Bossi. Grazie Umberto”, si è percepita tutta la dimensione emotiva della giornata. Sulla bara, fiori bianchi e i colori della Lega hanno accompagnato l’ingresso nell’abbazia.
All’esterno, un maxischermo ha consentito alla folla di seguire il rito. A chiudere la celebrazione, le note del “Va, pensiero” di Giuseppe Verdi, intonate da un coro di Alpini: un richiamo diretto all’immaginario identitario che Bossi aveva contribuito a costruire.
Presenti le più alte cariche dello Stato e i vertici politici: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, oltre a numerosi esponenti della Lega di ieri e di oggi.
Al termine della cerimonia, la salma è stata trasferita a Varese, dove sarà cremata secondo le volontà della famiglia.
Applausi e contestazioni: il volto diviso della piazza
Se il clima all’interno della cerimonia è rimasto composto, all’esterno la piazza ha restituito un’immagine più complessa e, per certi versi, lacerata. Accanto ai cori di omaggio – “Padania libera”, “Grazie capo” – non sono mancate tensioni e contestazioni, in particolare nei confronti dell’attuale segretario della Lega, Matteo Salvini. Alcuni militanti gli hanno urlato: “Molla la camicia verde, vergogna”, segnando simbolicamente una distanza tra la base storica e la leadership attuale.
Anche l’arrivo della premier Meloni è stato accompagnato da slogan come “Secessione”, mentre altri esponenti politici hanno ricevuto reazioni contrastanti.
Parole dure sono arrivate anche da Roberto Castelli, che ha parlato di “eredità tradita”, sottolineando la frattura tra la Lega delle origini e quella contemporanea.
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