PFAS, Guarda (AVS): «Serve un’alleanza tra istituzioni e imprese»
Redazione
Alla vigilia della revisione della normativa europea REACH sulle sostanze chimiche, l’eurodeputata Cristina Guarda (Greens/EFA) ha ospitato ieri al Parlamento europeo un workshop molto partecipato dedicato alle sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) insieme all’eurodeputata Sirpa Pietikäinen (PPE, Finlandia). L’incontro ha riunito esperti scientifici, rappresentanti istituzionali e comunità colpite per discutere delle più recenti evidenze sui rischi per la salute e sull’urgenza di adottare misure preventive a livello europeo.
Commentando l’iniziativa, l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra Cristina Guarda ha dichiarato: «Partecipando ai lavori qui al Parlamento Europeo, mi sono resa conto di quanto manchi ancora una reale consapevolezza sulla pericolosità dei PFAS e sull’urgenza di agire alla fonte. Le bonifiche a contaminazione avvenuta ad oggi sono impossibili perché non disponiamo di tecniche di distruzione dei PFAS. Non possiamo accettare che la linea conoscitiva sia dettata esclusivamente da alcune lobby della chimica che faticano a fuoriuscire dalla dipendenza dai PFAS. Serve un impegno collettivo per uscire dalla dipendenza da queste sostanze, nell’interesse della salute dei cittadini e dei lavoratori, ma anche della nostra competitività».
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«La Cina sta già legiferando in questa direzione per anticipare i mercati del futuro e anche in Europa alcuni comparti della chimica; non possiamo commettere lo stesso errore fatto con l’automotive e restare esclusi dai processi di innovazione. Chiediamo una timeline precisa di phase-out in ogni settore, sostenendo quelli più complessi come il medico e il farmaceutico. È necessaria un’alleanza tra istituzioni e imprese: la salute umana e la qualità della vita dei nostri figli dipendono dalle scelte che facciamo oggi».
Tra gli esperti è intervenuto il professor Philippe Grandjean, docente di Medicina ambientale, che ha sottolineato che «l’inquinamento da PFAS danneggia la salute umana ora e nel futuro, compromettendo le generazioni che verranno. Poiché la maggior parte di queste sostanze non si degrada stiamo trasmettendo il conto ai nostri figli e serve quindi un controllo immediato sull’uso di PFAS».
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Il professor Hans Peter Arp, del Norwegian Geotechnical Institute e della Norwegian University of Science and Technology, ha spiegato che «la rimozione del TFA dall’ambiente è oggi estremamente difficile e costosa, e anche grandi investimenti nei sistemi di depurazione avrebbero solo un impatto marginale. Per questo è necessario agire in chiave preventiva, attraverso il Piano d’azione per l’industria chimica europea e intervenendo nei punti di emissione industriale dove la mitigazione risulta più efficace».
Nel workshop è intervenuta anche Tatiana Santos, responsabile delle politiche sulle sostanze chimiche presso l’EEB (European Environmental Bureau), che ha dichiarato: «Acqua pulita, cibo sicuro e un ambiente sano non sono privilegi, ma diritti fondamentali. Eppure il mancato intervento dell’Unione europea nella regolamentazione dei PFAS è letteralmente scritto nel nostro sangue, costringendo le famiglie a vivere nella paura di avvelenare se stesse e i propri figli, mentre le future generazioni sopporteranno i costi enormi dell’impunità aziendale e dell’inazione regolatoria. L’Unione europea deve smettere di proteggere gli inquinatori e cominciare a proteggere le persone, vietando i PFAS, rendendo le imprese responsabili e impegnandosi per un’Europa libera da PFAS. Rimandare non è più un’opzione».
All’incontro hanno partecipato inoltre rappresentanti delle comunità colpite in Europa, tra cui il movimento Mamme no PFAS dall’Italia: «Stanno contaminando tutta l’acqua, ma noi siamo acqua. Se non la proteggiamo, distruggiamo la vita nostra e delle generazioni future».
Ma anche i rappresentanti di The Next Indians, gruppo nato recentemente in India dopo la pubblicazione dell’inchiesta del The Guardian sul trasferimento degli impianti della Miteni, già responsabile di un esteso inquinamento da PFAS che ha contaminato le acque e il territorio del Veneto, a sud di Mumbai dove ha ripreso la produzione. «La presenza della comunità indiana richiama con forza la responsabilità europea rispetto al trasferimento di produzioni indesiderate verso il Sud globale, troppo spesso destinatario silenzioso di costi ambientali e sanitari generati altrove», hanno commentato gli attivisti.
Infine le osservazioni della Commissione europea sono state affidate a Paul Speight, capo unità per le sostanze chimiche sicure e sostenibili presso il “Directorate-General for Environment”.
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