Fabio Bui: «Lontani dai partiti, vicini ai veneti»

Redazione

| 13/11/2025
Per lo “Speciale Elezioni regionali 2025”, l’intervista a Fabio Bui, candidato alla presidenza della Regione con i Popolari per il Veneto.

Speciale Elezioni regionali 2025

A poche settimane dal voto per le Regionali del Veneto del 23-24 novembre, lo “Speciale Elezioni regionali 2025” mette a confronto programmi e priorità dei candidati. Ospite in studio è Fabio Bui, candidato alla presidenza della Regione con i Popolari per il Veneto.

Già sindaco di Loreggia ed ex presidente della Provincia di Padova, Bui propone l’idea di un Veneto «capace di autodeterminarsi», con un movimento «lontano dai partiti, vicino ai veneti», che rivendica più autonomia e un ripensamento profondo di sanità e politiche sociali.

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Una sintesi dell’intervista

Partiamo dal suo progetto politico: che cos’è “Popolari per il Veneto”?
Il progetto è nato un anno fa dalla spinta di alcuni amici amministratori e di persone che si interessano di politica ma, soprattutto, si interessano del Veneto. A noi interessa dare una risposta veneta. Avevamo un modello: riprendere l’esperienza della Csu bavarese o della Svp in Trentino Alto Adige come riferimento di difesa degli interessi del Veneto. Dico sempre: lontani dai partiti, vicini ai veneti. Non ho mai detto “contro” i partiti. Lontani, perché la nostra proposta vuole rispondere prima di tutto al territorio, non al consenso del partito. Oggi la campagna elettorale sembra giocarsi solo su quanta percentuale prenderà Fratelli d’Italia o la Lega, nemmeno su chi vincerà le elezioni.

Noi diciamo che il consenso, da solo, non serve a nessuno. Lo dimostra il dato della disaffezione al voto che, anche qui in Veneto, probabilmente raggiungerà livelli mai visti per una regione abituata a votare oltre l’80 per cento. E allora torniamo, dico sempre, sul “pianeta Terra”: quello dei bisogni concreti. Lo facciamo con un partito di rappresentanza che non si consideri “paroni a casa propria”, ma protagonista in tutte le sedi istituzionali, con risposte concrete, fatte di concretezza e sobrietà.

Per i cittadini veronesi che la conoscono meno: può riassumere la sua esperienza amministrativa?
Sono stato per dieci anni vicesindaco del mio comune, Loreggia, in provincia di Padova, in un’area baricentrica tra le province di Padova, Treviso e Venezia. Poi sono stato eletto sindaco. In contemporanea ho svolto due legislature in Provincia di Padova: un mandato da vicepresidente e uno da presidente. Successivamente ho diretto per due legislature il Consiglio delle autonomie locali in seno al Consiglio regionale del Veneto. Il Consiglio delle autonomie locali è quell’organismo che esprime pareri su tutte le norme regionali che hanno impatto sulle autonomie locali. I sindaci, in un consesso organizzato presso il Consiglio regionale, valutano quale sarà l’effetto concreto delle leggi sui territori.

Queste elezioni chiudono quindici anni di “era Zaia”. Qual è il suo bilancio, tra luci e ombre?
Dico subito che l’esperienza Zaia si chiude con un problema: manca una visione di Veneto. Qual è lo sviluppo che Zaia ha pensato per il “dopo Zaia”? In realtà Zaia c’è ancora: si ripresenta, monopolizza il consenso anche dentro la Lega. Stefani – che conosco, è un bravo ragazzo ed è anche un amico – sembra partire con la “suocera in casa”, che controlla, detta i tempi della politica veneta. Su questo Zaia non ha lasciato una prospettiva di Veneto: non sappiamo verso quale sviluppo stiamo andando. Prendiamo le infrastrutture. Siamo a Verona, centrale nel contesto del Nord Italia, centrale per il passaggio delle merci che arrivano dal Brennero. Allora, come pensiamo lo sviluppo? Ancora lungo l’asse est-ovest o verso nord? Se è verso nord, Verona diventa strategica come snodo intermodale delle merci. Il grande interporto di Verona può e deve diventare lo snodo economico della provincia e della regione. Ma Zaia ha lasciato qualcosa su questo? Ha indicato una direzione chiara per il Veneto? Questo, a mio avviso, è un aspetto negativo. Di positivo gli riconosco una cosa che un po’ gli invidio: la capacità mediatica di raccontare e di creare anche qualche illusione. È ciò che l’ha portato a essere considerato il presidente più amato dagli italiani.

Si riferisce, per esempio, al tema dell’autonomia?
Sì, l’autonomia è stata un’illusione a cui hanno creduto moltissimi veneti, io compreso, quando siamo andati a votare al referendum. Poi è stata disattesa, ma non dall’opposizione, che non aveva certo i numeri per bloccare qualcosa. L’autonomia è morta nel momento in cui la Lega ha abbandonato il Veneto, diventando un partito nazionale. Da partito di rappresentanza dei veneti si è trasformata in un partito che oggi guarda più al ponte sullo Stretto di Messina che agli interessi e allo sviluppo del Veneto. Quelle risorse che oggi vengono concentrate in Sicilia, sullo Stretto, avrebbero potuto risolvere molti problemi del Veneto, primo fra tutti quello della sanità.

Alla luce di quanto accaduto, ha senso continuare a battersi per l’autonomia differenziata o è una battaglia persa?
No, ha ancora senso battersi per l’autonomia. “Popolari per il Veneto” è l’unico partito che oggi rivendica una specialità per questa regione: vogliamo un Veneto a statuto speciale, con rappresentanti nelle istituzioni nazionali che difendano l’identità veneta e chiedano maggiore attenzione dallo Stato centrale. Chiediamo di essere considerati non solo come portatori di gettito fiscale, ma come portatori di un’identità e di una laboriosità che vanno rispettate. I nostri imprenditori e le nostre comunità meritano rispetto. Invece assistiamo a decisioni prese altrove, Roma o Milano, comprese quelle sui candidati presidenti, e qui sul territorio non abbiamo più capacità reale di scelta. Il Veneto è capace di autodeterminarsi e di difendersi nelle istituzioni. Non siamo indipendentisti: non ci interessa l’indipendenza, ci interessa il rispetto da parte delle istituzioni. Per questo dico sempre: lontani dai partiti, vicini ai veneti.

Ha citato prima le infrastrutture. La Pedemontana è stata molto criticata, più che per l’utilità per le modalità con cui è stata realizzata: concessioni, partenariato pubblico-privato. Cosa ne pensa?
Possiamo criticare il modo in cui è stata fatta, possiamo discutere anche dell’utilità, ma la Pedemontana c’è. Se qualcuno ha inquinato, va perseguito. Se qualcuno ha rubato, va perseguito. Ora però la Pedemontana va resa performante rispetto ai bisogni economici del Veneto. Deve diventare la direttrice economica verso i mercati europei per una parte ampia della regione. Oggi la Pedemontana taglia l’asse Treviso-Vicenza e deve essere collegata ad altri innesti delle principali città. Per esempio Padova: manca pochissimo per il collegamento.

Restando sulle infrastrutture: la Regione ha annunciato di voler riportare in house la concessione dell’autostrada Brescia-Padova. È una scelta che condivide?
Su questo mi trova d’accordo, a patto che non sia solo una manovra per garantire posti ai tanti che oggi non ritroveranno una poltrona in Consiglio regionale. Se la nuova holding autostradale farà politiche infrastrutturali serie, allora ben venga. L’ho detto: le politiche infrastrutturali di oggi devono guardare verso nord. Bene, quindi, le holding e i consigli di amministrazione, ma poi valutiamoli su ciò che fanno. Abbiamo tanti consigli di amministrazione che sono solo “poltronifici” e non servono. Dobbiamo valutarli per i risultati: io sono comunque favorevole a una holding autostradale, se è strumento di una strategia vera.

Passiamo alla sanità: il 70-80 per cento del bilancio regionale va in questo settore. Quali sono, secondo lei, le priorità?
Le liste d’attesa. Dico una banalità, perché la citano tutti, ma è lì che si misura il sistema. A risorse invariate possiamo intervenire riorganizzando il personale e rimodulando i turni. Dobbiamo far lavorare al massimo i migliori professionisti della sanità pubblica e le migliori attrezzature, soprattutto nella diagnostica, facendole funzionare fino all’esaurimento delle liste, anche 24 ore al giorno. Non possiamo pensare che la diagnostica non funzioni 24 ore su 24, mentre i reparti sì. L’obiettivo deve essere riportare a zero le liste d’attesa, ampliando gli orari di utilizzo delle macchine e il lavoro dei professionisti. Questo non costa di più in termini di risorse economiche: il vero costo è la riorganizzazione. Noi politici usiamo spesso l’alibi del “non ci sono i soldi”. Il compito di un amministratore regionale che si candida a governare un ente così impegnativo è, prima di tutto, migliorare la situazione con le risorse esistenti. Poi, certo, avere la visione per portare a casa altri fondi. La sanità veneta è tra le migliori in Italia, forse tra le migliori in Europa. I nostri ospedali funzionano. Ma attenzione a una frase che sentiamo spesso: “siamo i migliori perché gli altri stanno peggio”. No. I migliori devono guardare a chi sta meglio, non a chi sta peggio.

Le eccellenze ospedaliere non si discutono, ma i cittadini si scontrano con le difficoltà della medicina territoriale: mancano medici di base, manca la rete, i pronto soccorso si intasano. Come si interviene?
Nel Veneto, grazie alla riforma di Tina Anselmi, abbiamo le Ulss: il sanitario, lo abbiamo detto, è un’eccellenza. Ma ci siamo dimenticati della seconda “S”, il sociale. Dobbiamo ripensare seriamente il sociale, che riguarda tutto l’arco della vita. Oggi si sente dire spesso: “servono più case di riposo”. Bene, le case di riposo si fanno per chi non è autosufficiente. Per gli altri bisogna studiare modelli diversi, per esempio per gli anziani il co-housing: appartamenti in cui persone ancora in grado di esprimersi e vivere in autonomia, magari in coppia o in piccoli gruppi, siano seguite da qualcuno ma possano vivere una vecchiaia dignitosa. E il sociale non riguarda solo gli anziani. Pensiamo alle giovani coppie. È possibile che oggi una coppia non voglia avere figli perché mancano asili nido e strutture per l’infanzia e perché gli stipendi sono incompatibili con una vita normale? I 2mila euro al mese di cui si è parlato anche in finanziaria un tempo erano uno stipendio performante; oggi sono quasi una soglia di povertà. Dobbiamo quindi distinguere bene tra sanitario e sociale: investire nel sociale fa risparmiare sul sanitario, perché evita che le persone arrivino al pronto soccorso o in ospedale. Su questo fronte, negli ultimi quindici anni di governo Zaia, molte risposte non sono arrivate.

Un altro tema cruciale, soprattutto per i giovani e per chi è in condizioni di fragilità, è la casa. Nelle città turistiche, come Verona o Venezia, gli affitti turistici spingono fuori i residenti. Cosa può fare la Regione?
Serve un grande piano di edilizia popolare, ma non intendo gli “alveari”. Quando parlo di edilizia popolare non penso a quartieri in cui gli italiani, per primi, non andrebbero ad abitare. Dobbiamo progettare un’edilizia residenziale vivibile ed economica. Anch’io ho due figli che faticano a trovare alloggi compatibili con gli stipendi attuali. La maggior parte dei ragazzi che entra nel mondo del lavoro non ha stipendi che permettano di sostenere un affitto o un mutuo da soli; e spesso anche in due si fa fatica. Serve un grande piano di edilizia economica, sostenibile e vivibile. La vivibilità deve essere al centro della progettazione. Se costruiamo alveari, creeremo solo ghetti, e in molte città venete i ghetti già ci sono. Poi c’è il tema delle case sfitte degli Ater: a Padova, per esempio, parliamo di mille alloggi. Cominciamo a ristrutturare seriamente il patrimonio che abbiamo e a rimetterlo sul mercato, dando priorità alle giovani coppie e a chi vuole mettere radici.

Il Veneto è la terra delle piccole e medie imprese. Qual è la priorità per il tessuto produttivo?
Due sono le priorità: infrastrutture viarie e infrastrutture tecnologiche. Si corre ancora su gomma, ma oggi le nostre imprese hanno bisogno anche di reti, di comunicazioni. Si viaggia da qui a Pechino nel tempo di un click: serve che tutto il territorio sia coperto da connessioni adeguate. Confartigianato, negli ultimi tempi, ha lanciato l’allarme: il 60-70 per cento degli associati lamenta difficoltà nei collegamenti internet. Questo è compito della Regione: cablare tutto il territorio, soprattutto dove insistono le aziende. Il prodotto “made in Veneto” è un’eccellenza assoluta, ma perde competitività al cancello della fabbrica. Quando il prodotto, migliore e magari più economico, esce in strada, deve fare due ore di traffico in più degli altri: significa costi maggiori di trasporto e perdita di competitività rispetto ai concorrenti europei.

Siamo in chiusura. Prima ha detto che i politici non devono nascondersi dietro al problema delle risorse, ma poi i soldi vanno trovati. Metterebbe mano all’addizionale Irpef regionale?
Certamente, ma lo farebbero tutti. I veneti non sono quelli che non vogliono pagare. I veneti dicono: “Io pago, ma voglio essere certo che i soldi siano spesi nel migliore dei modi e che mi diano dei servizi”. Se mettiamo mano all’Irpef, dobbiamo dire chiaramente ai veneti come spendiamo quelle risorse e certificare le scelte con opere concrete.

Molti veronesi sostengono che la Regione abbia dato troppe attenzioni a Padova, Treviso e Venezia, cioè proprio alle aree da cui proviene lei. Cosa risponde?
Ho già risposto prima: Verona è centrale. È centrale nell’asse economico e sociale del Veneto, ma anche dal punto di vista culturale e turistico. Quindi massima attenzione a Verona e massimo impegno. Non esistono Padova, Venezia, Treviso o Rovigo contrapposte: esiste il Veneto. Tutte le città devono essere interconnesse. Io parlo di un Veneto connesso.

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Speciale elezioni regionali 2025

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