Strage Castel d’Azzano, Crosetto: «Una follia totale. Tornerò per i funerali»

Redazione

| 15/10/2025
Il Ministro della Difesa è arrivato ieri pomeriggio a Verona per visitare i feriti e i familiari delle vittime della strage di Castel d'Azzano.

Il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha visitato i feriti e incontrato i familiari delle vittime della tragedia avvenuta ieri mattina a Castel d’Azzano. Crosetto si è recato all’ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar e poi all’Ospedale di Borgo Trento: «È un giorno di lutto per l’Arma e per l’Italia. Quando un carabiniere cade, è come perdere un pezzo della nostra famiglia» ha detto il ministro ai microfoni dei giornalisti.

«È stata una follia totale, una pazzia che ha ucciso tre servitori dello Stato mentre compivano il loro dovere. È un giorno di tristezza, un giorno di lutto per le Forze Armate, per la Difesa, per l’Arma dei Carabinieri, ma anche per tutto il Paese» ha dichiarato Crosetto.

Il fatto

Tutto è iniziato nella notte tra il 13 e il 14 ottobre, quando i carabinieri si sono presentati all’abitazione occupata dai fratelli Ramponi – due uomini e una donna – per dare esecuzione a un ordine di perquisizione e procedere allo sgombero. Secondo le prime ricostruzioni, l’edificio era saturo di gas, probabilmente da bombole manomesse. Poco dopo l’ingresso delle forze dell’ordine, un’esplosione violentissima, causata dalla donna, ha distrutto il casolare, uccidendo sul colpo tre carabinieri: il Luogotenente Carica Speciale Marco Piffari, il Brigadiere Capo Qualifica Speciale Valerio Daprà e il Carabiniere Scelto Davide Bernardello.

Due colleghi sono stati estratti vivi ma feriti: uno dei due, ancora intubato, è in condizioni critiche ma stabili. Il ministro ha voluto visitare entrambi: «Uno dei due ci ha raccontato quello che ha vissuto: è stato lucido, ci ha spiegato cosa ha visto. L’altro è sedato e intubato, ma i medici ci hanno rassicurato su un probabile recupero, anche se lento – ha spiegato il ministro -. Un carabiniere ci ha detto, a me e al comandante generale: “siamo carabinieri, sappiamo anche di dover rischiare“. Queste parole dovrebbero essere ricordate da tutti. Le Forze Armate sono una famiglia, e quando perdiamo uno di noi, è come perdere un pezzo di questa famiglia. Ho incontrato i familiari: in momenti così, non ci sono parole. Si possono solo abbracciare e far sentire la vicinanza dello Stato».

Uno dei militari uccisi, ha raccontato, avrebbe dovuto partire per il Libano nelle prossime settimane per una missione di pace: «Poi avrebbe finito la sua vita militare dopo quarant’anni al servizio del Paese. Cosa posso dirvi di fronte a questo? Tornerò per i funerali. È un dovere, ma anche un atto di affetto verso chi ha servito il Paese fino all’ultimo».


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