La storia di Tina Anselmi al Camploy per la Giornata della Donna
Redazione
La difesa della democrazia, la rivendicazione dei diritti delle donne, il primo passo verso la parità di genere sono pagine di storia che possiamo leggere e raccontare grazie a Tina Anselmi, prima donna ministro in Italia. La politica s’intreccia alla vita ogni giorno, anche nell’ultima filanda della marca trevigiana, in una notte di dicembre del 1977 dove sembra non possa accadere nulla e dove invece cambierà tutto. È ambientato qui lo spettacolo “La Gabriella e le ragazze. Storie di Tina Anselmi” che debutterà in Prima Nazionale il 7 marzo alle ore 21.00 al Teatro Camploy di Verona.
Scritto e prodotto da Fondazione Aida, per la regia di Anna Tringali e Giacomo Rossetto, l’evento è inserito nel programma della manifestazione Giornata Internazionale dei Diritti della Donna “Il potere delle donne – 8 marzo 2025”, promossa dall’Assessorato alla Parità di Genere del Comune di Verona.
«È un racconto intimo. Narra la storia di Tina attraverso il punto di vista di due operaie, interpretate da Eliana Crestani e Benedetta Conte, che scelgono di occupare la filanda in cui lavorano – spiega il neo co-direttore artistico di Fondazione Aida Simone Dini Gandini, che ne ha curato la drammaturgia -. In questo spettacolo tutto al femminile, la grande storia si riflette nella piccola storia, nella quotidianità di due donne che si rimboccano le maniche e persino nella storia di tutti noi. Le protagoniste con le loro vite, l’occupazione, la filanda in cui si svolge la vicenda sono frutto d’invenzione, ma ogni singolo elemento presente nello spettacolo, a partire dai nomi scelti per i personaggi, prende le mosse dalla vita e dall’impegno di Tina Anselmi. In pratica, gli ingredienti sono tutti reali, ma la lente della fiction crea una storia di invenzione».
Lina, una delle due protagoniste, dietro la dura tempra da sindacalista nasconde un segreto che risale agli anni della Seconda Guerra Mondiale. Irene invece, più giovane, è intrappolata in un matrimonio con uomo violento che non trova il coraggio di lasciare (anche e soprattutto a causa della disparità salariale, che le impedisce di mantenere lei e il figlio piccolo). I racconti delle loro vite, le loro speranze e i loro sogni sono accompagnati da una presenza ricorrente: Tina Anselmi, amica e compagna di lotta di Lina, che con il suo impegno politico e sindacale incarna la concreta possibilità di un futuro migliore. «Qualcuno doveva parlarne – ammette Meri Malaguti, direttrice generale del centro di produzione teatrale Fondazione Aida -. In un’epoca in cui i temi sulla parità di genere sono all’ordine del giorno, non possiamo dimenticare una delle donne che in Italia ha aperto la strada a questa rivoluzione di pensiero e farne un esempio di coraggio e determinazione da emulare per il bene comune».
Un testo scritto con leggerezza e ironia, che mescola temi universali a specificità locali, come accenti, luoghi, mestieri. «Siamo in una filanda e la scena è abitata da gomitoli giganti, rocchetti concettuali, da fili da sbrogliare – svela la regista Tringali – come sono da sbrogliare le questioni legislative, soprattutto quelle legate ai diritti delle donne. Trovato il bandolo della matassa, le due protagoniste, dapprima slegate, si uniscono tra loro, vestendo di nuovi significati l’uso del filo». La scenografia firmata da Luca Zanolli, suggestiva e simbolica, insieme alle illustrazioni di Mauro Biani, a mash-up video e musica Anni Settanta, accompagnano in questo un viaggio nel passato, veicolando temi di grande attualità.
Chi è Tina Anselmi
Nasce il 25 marzo 1927 a Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso, stesso luogo in cui morirà l’1 novembre 2016. È il 26 settembre del 1944 quando i fascisti, entrati nella sua scuola, fanno scendere lei e i suoi compagni in strada per assistere all’impiccagione di trentuno ragazzi lungo il viale alberato di Bassano. Un eccidio che la segna profondamente e che diventa il momento esatto in cui sceglie di “esserci”, di combattere per far tornare la democrazia in Italia. Lo fa in sella alla sua bicicletta come staffetta di collegamento (col nome in codice di Gabriella) tra le formazioni antifasciste venete. Il suo obiettivo è chiaro: cambiare il mondo. E ci riuscirà, un passo alla volta. L’anno successivo, diciottenne, è già nel sindacato dei lavoratori tessili della FIOT (Federazione Italiana Operai Tessili). Per lei, l’impegno sindacale è il naturale proseguimento della militanza tra i partigiani nella guerra di Resistenza. Da sindacalista, Tina continua a girare in bicicletta di fabbrica in fabbrica, parla, incontra, organizza le operaie tessili, in particolare le filandine maltrattate e malpagate. Tratta con gli industriali e organizza scioperi, occupazioni di fabbrica e manifestazioni. Viene anche arrestata per aver turbato l’ordine pubblico. Questa giovanissima ragazza veneta sta già intrecciando i primi, robusti fili della passione che la porterà ad essere nel 1976, dopo 885 ministri uomini, la prima donna nominata ministro della Repubblica. Le viene affidato il non facile Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale. Successivamente sarà a capo anche del dicastero della Sanità. Sarà poi proposta come possibile candidata alla Presidenza della Repubblica, la massima carica dello Stato a cui, finora, nessuna donna ha avuto accesso. Come ministro del lavoro propose e sostenne leggi che cambiarono la storia delle donne nel nostro Paese. La più importante, e che porta il suo nome, è la Legge 903 del 1977, che aveva lo scopo di impedire ogni discriminazione basata sul sesso per l’accesso al lavoro e di riconoscere il diritto alla parità salariale, introducendo la possibilità per i padri di prendersi cura dei figli malati al posto delle madri. Un passo decisivo verso l’attuazione dell’articolo 37 della Costituzione italiana.
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