Orietta Salemi: «Referendum? Il 22 ottobre voterò sì»

La consigliera regionale del Partito Democratico, candidata sindaco alle ultime elezioni amministrative, dà parere favorevole all’iniziativa referendaria del prossimo ottobre. In questa intervista analizza anche le ragioni della sconfitta dello scorso 11 giugno e la sua scelta di scendere in campo per amore della sua città.   Orietta Salemi, quattro mesi fa la sconfitta elettorale.…

La consigliera regionale del Partito Democratico, candidata sindaco alle ultime elezioni amministrative, dà parere favorevole all’iniziativa referendaria del prossimo ottobre. In questa intervista analizza anche le ragioni della sconfitta dello scorso 11 giugno e la sua scelta di scendere in campo per amore della sua città.

 

Orietta Salemi, quattro mesi fa la sconfitta elettorale. Ci sta ancora pensando?

Per carattere sono abituata a guardare avanti perché considero gli insuccessi un motivo di spinta per mettere in campo energie nuove. E poi non porto mai rancore né verso le persone né verso le situazioni, anche quelle più negative. È uno stile di vita che, applicato anche in politica, mi permette di vivere in pace con me stessa e con gli altri.

Con un centrodestra spaccato, il Partito Democratico si era presentato all’appuntamento dell’11 giugno carico di responsabilità e di attese da parte del proprio elettorato. Cosa non ha funzionato?

Il progetto civico, fallito, sul quale tanto ci eravamo concentrati. I soliti distinguo interni. La scarsa convinzione nel formare una compagine compatta attorno alla candidatura, eletta democraticamente. La cesura con la sinistra non dialogante portata dietro come un fardello per tutta la campagna con in più la certezza che in molti casi è stato incentivato il voto disgiunto tra candidatura in Consiglio e scelta del sindaco. Questo ha generato incertezza e confusione anche nell’elettorato che cercava, e ha poi scelto, la chiarezza.

Nadir Welponer sul Corriere del Veneto del 18 ottobre 2016 dichiarava: «… la prospettiva è che il Pd non vada nemmeno al ballottaggio e che i suoi elettori siano poi costretti a scegliere, magari, tra un leghista e un tosiano. A quel punto, qualcuno dovrà rispondere politicamente di quel disastro…». Una previsione che si è materializzata: in che misura si sente responsabile del mancato obiettivo?

Purtroppo le parole di Nadir sono state profetiche, così come le sue analisi durante la vicenda elettorale. Un vero peccato che anche la “sua” sinistra non gli abbia dato retta. Da parte mia non solo ho dato la disponibilità a correre, ma ho messo in campo tutto l’impegno e tutte le energie che avevo perché le sue parole non diventassero realtà.

Decisivo, in negativo, almeno dal punto di vista dei numeri, il divorzio preelettorale con Michele Bertucco. Per il bene della sinistra e del centrosinistra, non sarebbe stato opportuno trovare un compromesso?

Nessun rimpianto: abbiamo tentato ogni strada per tenere Bertucco dentro il PD. La mediazione può esistere se si trovano dei punti di condivisione non solo di merito, ma anche di metodo. La distanza con Michele Bertucco era diventata una frattura difficilmente colmabile. E il risultato è stato quello che temevamo: il conservatorismo di sinistra ha consegnato Verona a certa destra conservatrice e reazionaria.

Dopo il risultato del ballottaggio, Flavio Tosi vi ha additato per il mancato sostegno a Patrizia Bisinella. L’accordo con la squadra dell’ex sindaco e della senatrice di Fare! Sembrava plausibile pur di scongiurare la vittoria di Sboarina. Perché non è arrivato l’appoggio ufficiale?

Visto che comunque in campo c’erano differenze sui valori e sui programmi abbiamo rispettato le diverse anime del partito lasciando libertà ai nostri iscritti di poter scegliere. Ogni valutazione è stata fatta in termini di programma visto che non ci interessavano accordi di spartizione di poltrone.

Come giudica questi primi quattro mesi di amministrazione Sboarina?

Anche se è ancora prematuro formulare giudizi sono stati primi mesi di “conserva”. Dalle dichiarazioni fatte in campagna elettorale mi aspettavo una rivoluzione culturale nell’impostazione strategica dell’azione di governo della città. Cosa che ancora non vedo. Un esempio: dov’è l’intervento rigeneratore nelle partecipate?

Con il PD alla ricerca di se stesso, una compagine tosiana che si sta sgretolando, un Bertucco che ogni tanto strizza l’occhio al sindaco e un Movimento 5 Stelle particolarmente silenzioso, sta emergendo soltanto la figura di Tommaso Ferrari. Troppo poco, forse, per parlare di opposizione, non pensa?

L’opposizione emerge quando esiste un campo di gioco, ma soprattutto quando si conosce lo schema di gioco. In questo momento mi sembra manchi ancora la materia prima su cui costruire un’azione di minoranza. Per me opposizione significa prima di tutto confronto per arrivare a sintesi il più possibile condivisa. Critici sì, ma per costruire, sempre. Trovo che Tommaso Ferrari incarni bene questo principio. Il PD in consiglio ha bisogno di rodarsi come è normale avvenga in ogni gruppo che inizia a lavorare insieme.

Da dove, o da quali certezze, deve ripartire il Partito Democratico veronese?
Dal senso della squadra, eliminando qualunque deleterio spirito individualista che alimenta divisioni e appanna i valori su cui è costruito il PD. Siamo il primo partito in città, ma non riusciamo a vincere. Questa è la vera sfida da affrontare. Non ci sono congressi o dibattiti interni che valgano. Dobbiamo ripartire dall’identità di un partito moderno e competitivo, senza rimpianti e con il coraggio di guardare avanti.

Pochi settimane fa la firma della Corte dei Conti su un finanziamento di 245 milioni per risolvere tre grandi criticità in provincia. L’asse democratico “Governo-Regione-Comune” ha dato un segnale importante alla città.

Abbiamo costruito e mantenuto viva la filiera di azione che parte dall’impegno dei nostri amministratori nei Comuni, passa dalle sollecitazioni in Regione e arriva ai parlamentari pronti a raccogliere le sfide del territorio per tradurle in interventi concreti e fattivi da parte del Governo. Penso a questi ultimi 245 milioni, ma anche aI salvataggio della Fondazione Arena, coi 10 milioni della Bray. I fatti dimostrano che, se c’è unità di intenti e condivisione progettuale tra di noi, non ci ferma nessuno.

A proposito di Regione, il 22 si vota per il referendum consultivo. Qual è la sua posizione?

Il 22 ottobre voterò sì al Referendum. Tra tante ragioni in campo, ne sottolineo solo tre: la consultazione è sempre un’occasione di confronto democratico; il quesito è nel solco costituzionale di quell’articolo 116 che il centrosinistra ha voluto nella riforma del titolo V perché autonomia e federalismo sono sempre stati nelle corde del PD veneto; infine, perché solo se stiamo dentro questa sfida possiamo incalzare Zaia e la Lega per un modello di autonomia del Veneto, fatto di contenuti concreti e non di propaganda dal sapore secessionista.

Ci dica la verità: col senno di poi rifarebbe le scelte che ha fatto, si ricandiderebbe per le primarie?

Nessun rimpianto come dicevo prima. Ho risposto a una necessità di democrazia nel partito e di servizio per Verona. Ci ho messo la faccia e ho speso tutta l’energia che avevo perché amo la mia città e credo nelle sue straordinarie opportunità. Quando è stato il momento ho detto sì dopo una lunga riflessione. L’impegno mi è costato in termini di fatiche e risorse, ma la soddisfazione più grande oggi è andare ovunque a testa alta, incassando attestazioni di simpatia e stima da molti, anche estranei, anche non della mia parte politica.

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