IRCCS Negrar: da cent’anni, uno sguardo al futuro
Negli studi di Radio Adige TV, durante la trasmissione “Squadra che vince”, l’amministratore delegato dell’ospedale Sacro Cuore di Negrar, Mario Piccinini, ha fatto il punto sulla struttura, l’importanza dell’innovazione tecnologica e lo sguardo al futuro.
Da anni ci state meravigliando con una serie di investimenti in ambito tecnologico e state elevando la vostra struttura non solo a livello nazionale, ma anche internazionale. Prima di parlare di questo, però, vorrei focalizzarmi sulla sua elezione come ambasciatore della sanità italiana e coordinatore dell’IRCCS. Che cosa prova ad aver ricevuto questo riconoscimento prestigioso?
Vorrei innanzitutto evidenziare che questi riconoscimenti sono il frutto di una squadra che lavora: collaboratori, medici, infermieri e tutti coloro che hanno contribuito in passato a questi risultati. Questa nomina è stata piuttosto importante perché nel 1988 Papa Giovanni Paolo II venne a Negrar e pose la prima pietra del reparto malattie affettive tropicali, e oggi siamo stati riconosciuti come IRCCS proprio per questo settore. Un grande traguardo, quindi, benedetto dal papa. Questo mi riempie di orgoglio e penso faccia molto piacere a tutta la comunità del Don Calabria. Per quanto riguarda il riconoscimento di ambasciatore della sanità italiana, anche qui vorrei fare una precisazione. Si tratta infatti di un titolo che viene dato a coloro che hanno dimostrato particolare attenziona all’innovazione, la tecnologia e al progresso nell’ambito scientifico e sanitario. Nell’ambito dei cosiddetti grandi ospedali, in un meeting tenutosi il 26 maggio a Roma a cui era presente il ministro della sanità, mi è stato attribuito questo titolo.
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Pur non essendo una vera e propria azienda, la vostra realtà si comporta come tale: avete fatto tanti investimenti e a giugno avete inaugurato una nuova struttura d’ingresso, la cui costruzione ha richiesto ben 25 milioni ma che ha rivoluzionato l’ospedale…
Esatto, questo investimento è stato fatto allo scopo di permettere ai pazienti che si rivolgono al nostro spedale di potersi muovere su percorsi protetti che li riparano dal sole, dalla pioggia e dalle condizioni meteo che potrebbero risultare a loro scomode. A livello di immagine questa nuova struttura è fondamentale perché segue lo sviluppo medico-scientifico dell’ospedale negli ultimi anni. Abbiamo rimodernizzato anche la hall, che ora permette al paziente di aspettare seduto e con tranquillità di essere chiamato. Devo dire che è stato un intervento molto apprezzato dal pubblico e questo ci ha portati a molti riconoscimenti, e non è scontato. Spesso il paziente tende infatti a essere molto critico sull’accesso agli ospedali.
Tra l’altro avete iniziato i lavori nel 2017 e avete finito in soli tre anni…
Sì, una nostra caratteristica è la capacità di realizzare i progetti in tempi brevi. La nostra, infatti, è una struttura privata e per questo, al contrario di quelle pubbliche, non subisce particolari rallentamenti burocratici.
L’ingresso è stato il primo step dei lavori di riqualificazione, ma immagino che ci siano altri progetti in cantiere, è corretto?
A ottobre dovremmo inaugurare un nuovo ospedale di comunità, ieri ero a Venezia proprio per ricevere l’autorizzazione. Stiamo realizzando anche l’hospice, che ci mancava: sono dieci piccoli appartamenti dove il paziente può essere ricoverato. Non si tratta più, quindi, di un luogo dove il paziente finisce il suo percorso di vita ma una tappa dalla quale poter uscire. Questi sono i due interventi più prossimi. Ce n’è uno, poi, più lontano, che riguarda il polo chirurgico. Abbiamo realizzato 25 anni fa le nuove sale operatorie, che al tempo erano le migliori d’Italia ma oggi non lo sono più: dovremo quindi rifare tutti i reparti, pronto soccorso compreso. Questo avverrà nei prossimi due o tre anni.
L’alta tecnologia è sempre stata un elemento distintivo della vostra proposta sanitaria, da questo punto di vista siete già un riferimento nazionale…
Noi pensiamo che la tecnologia possa aiutare molto il medico nella diagnosi e nella cura, e che essere innovativi permetta di curare meglio il paziente. La nostra filosofia è di avere attrezzature elettro-medicali di ultima generazione in modo da aiutare il medico a mettere al centro il paziente. Vorrei però aggiungere una cosa: nei meeting degli ospedali talvolta si discute sul concetto di grande ospedale. Che cosa rende grande un ospedale? La tecnologia da sola non basta, è necessaria anche un’importante organizzazione e delle condizioni che mettano il paziente a suo agio. Quello che fa grande un ospedale, quindi, è il personale. Il nostro viene formato quotidianamente ed è questo che fa la differenza. Un ottimo personale dà qualità e permette di usare correttamente le componenti utilizzate a lavoro.
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Avete avuto inoltre un ruolo fondamentale per tutta la provincia di Verona durante il periodo del Covid-19. Grazie alla vostra tecnologia, all’interno del laboratorio di biologia molecolare, siete stati fondamentali. Per tre mesi avete infatti processato tutti i tamponi molecolari e dato una grande mano. Che ricordo ha di questa esperienza?
È stato difficile. In meno di un mese abbiamo dovuto trasformare interamente l’ospedale, interi reparti e servizi. Avevamo cento posti letti e tutte le terapie intensive erano dedicate ai pazienti Covid. Noi abbiamo dato una mano a Verona e provincia perché eravamo fortunati e avevamo già un laboratorio di analisi molecolare che ci permetteva di processare i tamponi. Dunque, tutti gli altri ospedali si rivolgevano a noi. La collaborazione con Verona ci ha permesso di superare meno drammaticamente quel periodo.
Il reparto di malattie affettive tropicali dell’Ospedale Sacro Cuore è da anni un’eccellenza e si tratta di uno dei vostri punti di forza…
Rappresentiamo il centro di riferimento regionale per le malattie affettive regionali ma abbiamo anche un centro di riferimento regionale per la radioterapia, malattie infantili tropicali e per la ricostruzione della retina.
Parlando di sanità italiana, sappiamo che il nostro sistema medico presenta delle falle, tra cui liste d’attesa molto lunghe, macchinari obsoleti, carenza di medici ecc. Dal suo punto di vista come inquadra la situazione?
Il tema delle liste d’attesa è molto delicato, in quanto presenta degli aspetti molto difficili da risolvere. Parlando di ospedale, ritengo necessaria la revisione della politica della sanità territoriale, le visite che può fare il medico di base dovrebbero essere lasciate a quest’ultimo in modo da liberare posti necessari ad altri. In ospedale devono venire coloro che hanno bisogno di particolari cure. Per mettere in pratica questa riorganizzazione sono necessari finanziamenti che purtroppo nell’ultimo periodo stanno scendendo. Questo è un problema che va risolto a livello nazionale e locale.
Siete reduci dei festeggiamenti celebrati lo scorso anno per il vostro centenario, che cosa significa in termini di responsabilità e prestigio tagliare un secolo di storia?
I cent’anni sono frutto una visione, quella di San Giovanni Calabria: quando nessuno riusciva anche solo a pensare a quello che c’è adesso lui invece l’aveva già immaginato. Lì dove c’erano gli alberi, lui aveva visto i tetti. Questi cent’anni sono frutto di coloro che ci hanno creduto, centinaia di migliaia di persone che con la forza dello spinto di San Giovanni Calabria hanno superato difficoltà immense, come abbiamo fatto noi.
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Prima di vedere qualche immagine della mostra, citiamo qualche numero dato che ha fatto riferimento alla forza delle persone che hanno lavorato per l’ospedale.
Si parla attualmente di 2.311 persone, il nostro spedale ha 549 posti letto e circa 360 di area sociale. Nel 2022 ha fatto un milione e mezzo di prestazioni ambulatoriali, 30mila ricoveri e più di 22mila interventi chirurgici. Si tratta dunque di un ospedale di riferimento per tutto il Veneto e non solo, dato che un paziente su quattro non proviene da questa regione.
Si tratta di un buon risultato, questo indica che siete attrattivi.
Speriamo di mantenere – se non migliorare – questi numeri, nonostante sia sempre più difficile anche a causa dei budget fissati dalla regione Veneto, che stabilisce quali e quante prestazioni si possono fare. Occorre muoversi in un ambito che è ormai troppo stretto. Vorrei inoltre chiarire un aspetto: noi siamo una struttura privata no profit, questo significa che le modalità di acceso sono uguali a quelle del settore pubblico e se ci sono degli avanzi di gestione questi vengono interamente reinvestiti nell’ospedale. Ci tengo a dirlo perché spesso c’è confusione e si pensa che, essendo privati, non siamo uguali al pubblico ma non è così.
Tornando al centenario, è un’iniziativa che ha avuto una certa visibilità. Sono state anche presentate foto storiche che hanno ripercorso il cammino del vostro ospedale. Quanto conta per voi la condivisione dei vostri valori, anche religiosi, con i pazienti e i visitatori?
Per noi è molto importante, non a caso all’entrata c’è una scritta di San Giovanni Calabria “Il paziente, dopo Dio, è il nostro vero padrone”. Occorre mettere a disposizione del paziente quanto possibile e occorre anche sapere cosa pensa il paziente. Per questo, ogni anno, dal 2003, facciamo dei questionari sulla soddisfazione del paziente e otteniamo ottimi riscontri. Essendo un ospedale religioso presentiamo una forte etica e filosofia di approccio e il nostro personale è conseguenza di questo nostro spirito. Riteniamo che l’armonia e il trattar bene la gente aiuti a migliorare la salute della persona.
Tra gli altri punti, c’è la volontà di rafforzare i rapporti con gli altri enti tra cui l’Università di Verona: recentemente vi è stato infatti l’accordo per l’avvio del corso di laurea in Farmacia, che avrà sede presso il vostro istituto dall’anno prossimo.
Esatto, recentemente è stato stipulato un accordo con l’università di Verona. Quest’ultima, infatti, nonostante il suo prestigio non presenta gli spazi necessari. Per questo, li abbiamo forniti per ospitare il corso di laurea in farmacia. Il nostro sogno sarebbe quello di portare in futuro anche Medicina e Chirurgia, magari in lingua inglese per allargarci a tutto il mondo.
Abbiamo toccato davvero tanti punti, guardando al futuro c’è anche qualcos’altro che si potrebbe fare?
I principali li ho già detti: la costruzione del polo didattico che comincerà quest’anno ed il miglioramento di alcuni servizi tra cui quello del soccorso, poi la vita può presentare nuove opportunità, bisogna tenere sempre le finestre aperte sul mondo perché questo può migliorare quello che fai, idee, conoscenze ed esperienze. Spesso ricordo ai miei collaboratori l’importanza di ascoltare perché è così che si riflette e si migliora.
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