Marcinelle, Anderloni mette in scena le speranze soffocate
Per la dodicesima volta torna sul tema il regista teatrale Alessandro Anderloni, reduce qualche mese fa da uno spettacolo proprio nel quartiere di Charleroi dove vivono molti figli e nipoti di ex minatori. Andrà in scena domani e giovedì “La Belgìca d’amore”, un affresco tra nebbie e carbone della vita di chi si trovava costretto a scegliere la via delle miniere.
Era la meta delle loro speranze ferite, in un dopoguerra italiano che non permetteva alternative. Era almeno un orizzonte, il Belgio con le sue miniere di carbone, dove tutti trovavano lavoro. Tanti italiani infilavano così le loro vite nelle baracche di lamiera servite ai prigionieri della Seconda Guerra Mondiale e in quei pozzi asfissianti di aria polverosa.
Poi l’8 agosto del 1956, l’incendio e il crollo della miniera di carbone inghiottì 262 lavoratori di cui 136 di origine italiana. Sono passati esattamente 61 anni dal disastro di Marcinelle e oggi l’assessore al decentramento Marco Padovani ha deposto una corona d’alloro davanti alla strada, di San Felice Extra che porta il nome di Giuseppe Corso, il veronese morto in quell’inferno. Tragedie del passato prossimo come queste meritano una sosta costante nel ricordo.
Torna sul tema anche il regista teatrale Alessandro Anderloni, che ha saputo raccontare i tremori della vita di chi sceglieva la via delle miniere. Con la compagnia Le Falìe, a luglio, è andato proprio lì dove tutto accadde, mettendo in scena lo spettacolo nel quartiere periferico di Charleroi dove vivono molti figli e nipoti di ex minatori. Quell’affresco di nebbie e carbone verrà riproposto anche domani e giovedì a Velo, nella montagna veronese. «Nella nostra valigia di cartone c’erano solo pochi vestiti, tanta incertezza ma tanta speranza». La ricordava così un emigrato di Velo Veronese la sua partenza per il Belgio il 19 novembre 1946.
Quel paese nero lui e tanti come lui lo chiamavano la Belgìca, lasciando che il dialetto invadesse il francese che non sapevano. “Belgìca d’amore” è, non a caso, il titolo scelto per l’opera che tiene dentro tutte quelle andate e quei ritorni.
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