Belgìca d’amore, le Falìe tornano in scena
Dopo la trasferta a Charleroi, ospiti dei figli e dei nipoti dei primi emigranti italiani in Belgio, Le Falìe tornano a raccontare a Velo Veronese una storia di memorie, di sorriso, di dolore e di speranza.
«Nella nostra valigia di cartone c’erano solo pochi vestiti, tanta incertezza, ma anche tanta, tanta speranza.» Questo è il ricordo lasciato da un emigrato di Velo Veronese in un biglietto scritto prima della sua partenza per il Belgio il 19 novembre 1946. Che il governo li avesse «venduti per un sacco di carbone», come si sarebbe detto anni dopo, o che quella fosse l’unica speranza possibile nell’Italia del primissimo Dopoguerra, gli italiani partivano per “la Belgìca”. Lassù li accoglievano il grigiore di Charleroi, le baracche di lamiera servite per i prigionieri della Seconda Guerra Mondiale, l’asfissiante, polverosa e maleodorante aria dei pozzi delle miniere di carbone dove gli uomini lavoravano, trattati come schiavi.
L’osteria dell’Antonia, anche lei emigrata dalla Lessinia, diventò così il luogo dove ritrovare i sapori e la lingua di casa. In un’andata e ritorno d’amore, partivano le mogli per rimanere per sempre a vivere lassù, e ritornavano i mariti ammalati per morire di silicosi in Italia. Poi venne il disastro dell’8 agosto 1956, con 262 cadaveri nel pozzo del Bois du Cazier a Marcinelle.
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