Damiano Tommasi: «Perché? Era il momento giusto per dire sì»

Damiano Tommasi: «Perché? Era il momento giusto per dire sì» Dalle motivazioni che l'hanno spinto a scendere nel campo della politica alla sua idea di città, attenta ai cittadini ma al contempo consapevole di avere una dimensione internazionale, Damiano Tommasi si racconta a tutto tondo in questa prima intervista per Verona Economia. Guarda l'intervista su…

Damiano Tommasi: «Perché? Era il momento giusto per dire sì»

Dalle motivazioni che l’hanno spinto a scendere nel campo della politica alla sua idea di città, attenta ai cittadini ma al contempo consapevole di avere una dimensione internazionale, Damiano Tommasi si racconta a tutto tondo in questa prima intervista per Verona Economia.

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C’era grande attesa per l’ufficialità della sua candidatura. Si è preso il tempo necessario per annunciarla e renderla pubblica. Strategia o attitudine a riflettere prima di agire? O entrambe le cose?

C’è poca strategia, bensì responsabilità nei confronti di quello che mi è stato chiesto. Un candidato sindaco deve prendersi del tempo per capire, conoscere e creare relazioni.

Più di una volta è stato invitato ad entrare in politica, quella diretta. Ha sempre rifiutato, fino ad oggi. Perché il sì proprio ora?

Per la proposta. Parliamo della città e della nostra comunità. Erano pochi i “perché no?”. Credo che il nostro futuro passi dal restituire credibilità e importanza alla macchina che dovrebbe far crescere la comunità.

Lei ha dichiarato che le piacerebbe aiutare la politica a ritrovare credibilità. Non è credibile ora? E perché?

Ha fatto poco per attirare la partecipazione. Nelle ultime amministrative è stato riscontrato un preoccupante calo di interesse. Questa sarà la prima sfida, al di là dei colori politici.

Lei richiama spesso il concetto di comunità. In montagna, ad esempio, questo concetto è tangibile. Nelle grandi realtà urbane come si può ricreare questo sentimento comune che ci fa sentire tutti parte di un unicum?

Ora come ora, purtroppo, l’attualità. Dal Covid prima, alla guerra ora. Questi eventi stanno riproponendo il concetto di comunità e di sentirci uniti gli uni con gli altri. Nella sua tragicità, l’attualità ci sta facendo capire che non siamo da soli.

Dovremmo prenderci cura dell’altro, partendo perché no, dai dirimpettai o dai vicini di casa?

Credo che il primo effetto del Covid sia stato proprio questo, riscoprire chi abitava a due passi da noi. Credo che la parola “cura” sia molto importante e uno dei motivi per cui un’amministrazione debba promuoverla. Insieme non si è soli e ci si aiuta.

Cos’è per lei la gentilezza?

Guardare attentamente l’altro credo sia quello che muove la gentilezza. Spesso lo sguardo può però diventare giudizio e il giudizio diventa barriera. Bisogna saper osservare e comprendere chi abbiamo di fronte.

L’educazione può essere una matrice per una società migliore e più sicura?

La scuola oggi ha un compito che non è quello di una volta, ovvero il contatto con le famiglie. I ragazzi passano gran parte del loro tempo a scuola con adulti che non sono i loro genitori: la scuola è uno dei luoghi dove la società dovrebbe maggiormente investire perché è dove si costruisce il futuro.

Crede in Dio? Ci parla ogni tanto?

Avere una risposta a questa domanda credo risolverebbe tanti problemi. Credo molto, credo che non siamo da soli.

«La città non ha bisogno di promesse, ma di proposte credibili e di progetti raggiungibili». Quali?

Sicuramente la priorità è sistemare l’ordinarietà: vale a dire marciapiedi, lampioni e tutto ciò che costituisce il quotidiano dei cittadini. Bisogna rivedere il ruolo delle circoscrizioni e la presenza dell’Amministrazione nei quartieri. Abbiamo bisogno, come cittadini, di avere risposte rapide e immediate. Il metodo per ottenerle è essere presenti sul territorio. Verona è internazionale, anche se spesso se lo dimentica. Questa ambizione manca ai veronesi, un po’ per cultura. Dovremmo essere orgogliosi della nostra città, e credo che questo possa avvenire senza snaturarsi.

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Sbaglio o si parla anche di Traforo nel suo programma?

Sicuramente è un tema che dev’essere visto con uno sguardo più ampio e con un quadro completo, per capire se è un progetto che rientra nell’idea di viabilità dei territori interessati.

Assieme alla sua lista civica ci saranno numerose sigle e pertiti che negli anni hanno dimostrato di avere molte divergenze. Cosa servirà per rimanere uniti negli intenti e nel raggiungimento degli obiettivi?

Bisogna mettere al centro Verona e i suoi cittadini. Non ho mai avuto una tessera di partito e fatico a ragionare per ideologia, la mia Amministrazione non ha colori politici ma progetti da realizzare.

Lei è veronese e conosce la città, pregi e difetti, e ha vissuto tanti anni altrove: che percezione c’è al di fuori delle mura scaligere? C’è un’idea troppo stereotipata?

Bisogna far capire che c’è di più, e noi cittadini facciamo ben poco per cambiare quest’idea. Verona merita di essere raccontata alzando il volume delle tante realtà che sottovoce stanno dando esempio a livello nazionale e internazionale. I veronesi devono avere questo tipo di ambizione e questo permetterebbe di cambiare la visione stereotipata che la città ha fuori dalle sue mura.

Lei è stato tra i primi, forse il primo calciatore a scegliere il servizio civile al posto della leva militare. Cosa sta provando in queste ultime settimane che stanno sconvolgendo il mondo?

Come ho spesso detto in questi giorni, il rischio di dire banalità è forte. Bisogna risvegliare il senso di comunità di cui parlavamo prima. Stiamo lavorando con l’associazione per aiutare i cittadini ucraini. Dal lato scuola vediamo quanto i nostri bambini facciano domande e si chiedono cosa stia succedendo. auspico un cessate il fuoco il più vicino possibile. Nel 2022 avere un Paese costretto alla guerra pensavo fosse impensabile. Questo fa riflettere sul ruolo di noi adulti nel comunicare e pensare soluzioni per un futuro diverso e migliore.

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