Tornano i “Covid hospital” in Veneto, il direttore Flor: «Scelta obbligata»
Il direttore Flor difende l’attivazione dei Covid hospital in Veneto, per ora Schiavonia
Con l’aumento dei contagi e delle ospedalizzazioni date dal Covid-19, da qualche settimana si è tornato a discutere dei Covid hospital e del loro impatto sulla sanità cosiddetta “ordinaria”.
«Negli ultimi giorni la pandemia causata dal Covid è molto cresciuta e non possiamo aspettare una sua esplosione per prendere provvedimenti. La trasformazione in Covid Hospital dell’Ospedale di Schiavonia, come di tutti gli altri con questa caratteristica, è assolutamente temporanea ed ha anche uno scopo precauzionale» ha detto oggi direttore generale della Sanità veneta, Luciano Flor, in relazione alla situazione nel padovano e alle polemiche seguite all’individuazione dell’ospedale di Schiavonia come Covid Hospital.
Anche a Villafranca ieri, davanti al Magalini, si è tenuta una manifestazione per chiedere che l’istituzione dei Covid hospital non crei disagi alla normale attività delle strutture ospedaliere. Villafranca e Borgo Roma sono quelli possibili nel Veronese, ma per ora non ci sono date né certezze sul passaggio allo status di ospedale dedicato prevalentemente al Covid.
«Dobbiamo essere pronti a fronteggiare un’eventuale ondata e a non sballottare i malati inviandoli fuori provincia, come è successo nei giorni scorsi proprio nella provincia di Padova» ha spiegato Flor.
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«Cominciando da Schiavonia – aggiunge Flor – assicuro che l’ospedale sarà ripristinato in tutte le sue funzioni. Garantisco che, comunque, rimangono aperti e funzionanti l’oncologia, la dialisi, il settore materno infantile, il settore parto, i servizi psichiatrici e il primo intervento di emergenza-urgenza. Siamo anche impegnati a recuperare personale, soprattutto del comparto, per dare sollievo alla pressione in atto».
«Non vogliamo andare oltre – precisa Flor – con l’utilizzo delle risorse interne dell’ospedale, ma cerchiamo di sostenerlo. Abbiamo anche impegnato gli Ospedali di Comunità di Piove di Sacco e Camposampiero, mentre rimane Covid-free l’ospedale di Montagnana per rispondere alle esigenze della Bassa Padovana».
Più in generale, Flor fa notare che «in questo momento stiamo chiedendo uno sforzo a tutti gli ospedali della regione e del padovano. In tutti si decide di giorno in giorno, a seconda dell’andamento della pandemia e dei ricoveri, la migliore organizzazione per la sicurezza dei malati. Avere reparti con pazienti Covid e non Covid è un rischio che nessuno vuole correre, motivo per il quale la scelta di concentrare i malati in alcune strutture è una scelta obbligata».
Facendo il quadro dei pazienti positivi negli ospedali padovani, Flor riferisce che «a Schiavonia stiamo assistendo 34 malati in area medica e 9 in terapia intensiva; al sant’Antonio di Padova ci sono 35 pazienti in area medica e 14 in terapia intensiva. In generale in provincia di Padova è in corso un grosso sforzo. Qui sono ricoverati 46 positivi sui 125 di tutta la regione. 29 di questi 46 sono assistiti in Azienda Ospedaliera. Tutto ciò porta a notare che il 36% dei Covid-positivi del Veneto è in rianimazione nel padovano».
«Stiamo lavorando nell’ottica di una distribuzione in tutti gli ospedali della provincia, tranne Camposampiero dove sono in corso lavori alla rianimazione e i malati intensivi vengono gestito in pronto soccorso. Va da sé – conclude Flor – che in tutti gli ospedali padovani oggi assistiamo malati di Covid, sia nei reparti ordinari che in rianimazione».
Punto di vista diverso da parte della consigliera regionale Anna Maria Bigon (PD), che annunciando l’adesione alla manifestazione di ieri a Villafranca aveva detto: «Dopo Schiavonia e il San Camillo di Treviso potrebbe toccare proprio al Magalini, poiché i contagi continuano a galoppare. Risorse e problemi sul territorio vanno condivisi, non si può scaricare tutto su una singola struttura come fatto finora. Le terapie intensive, criterio importante, vengano condivise da tutti gli ospedali, sia pubblici che privati».
«Il film visto in questi due anni non ci è piaciuto e siamo stanchi delle ‘repliche’» dice Bigon. «La prolungata chiusura ha portato numerosi professionisti a scegliere altre strutture, tanto che oggi sono scoperti ancora alcuni primariati, oltre alla carenza di medici specialisti e infermieri. Se il Magalini tornasse ad essere Covid Hospital il ritorno alla normalità si allontanerebbe ulteriormente, anche se questa normalità, in realtà, il territorio non l’ha mai vista perché il Piano sociosanitario 2019-2023 non è stato rispettato. Dobbiamo difendere la sanità pubblica e il diritto alla salute, rafforzando la medicina del territorio e assumendo personale: la Regione cambi rotta, come stiamo chiedendo da troppo tempo».
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