Covid, dagli USA la conferma della ricerca veronese
Uno studio clinico statunitense, coordinato dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), ha appena confermato gli ottimi risultati già sperimentati dall’ateneo veronese negli scorsi mesi derivanti dall’uso del Baricitinib, medicinale già impiegato per la cura dell’artrite reumatoide, sui pazienti affetti dalle forme più gravi di Covid-19.
La notizia è stata data mercoledì 16 settembre dalla Ely-Lilly, multinazionale del farmaco, che ha annunciato i risultati dello studio Adaptive COVID-19 Treatment Trial (ACTT-2), coordinato dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases su una popolazione di 1.000 pazienti con polmonite da Covid-19.
Di fatto, si tratta della conferma su un numero molto più grande di malati del valore della pubblicazione sul prestigioso “Journal of Clinical Investigation” dello studio coordinato dall’Immunologia diretta da Vincenzo Bronte e dalla Medicina Interna diretta da Oliviero Olivieri e con Claudio Lunardi, in collaborazione con l’ospedale “Pederzoli” di Peschiera del Garda sull’utilizzo di Baricitinib, medicinale già impiegato per la cura dell’artrite reumatoide ed usato in modo “off-label” per lo studio nei pazienti affetti da Covid-19, in combinazione con il Remdesivir.
Il lavoro forniva la dimostrazione che i pazienti trattati con Baricitinib mostrano una marcata riduzione dei livelli sierici delle “temibili” citochine infiammatorie mentre i linfociti T e B circolanti ritornano alla norma ed il titolo anticorpale contro il virus si alza. In altri termini, il farmaco ripristina la capacità difensiva del sistema immunitario danneggiata dal Covid.
Tutto questo è associato non solo ad una riduzione del fabbisogno di ossigeno per i pazienti e quindi ad un miglioramento clinico della polmonite, ma anche ad un effetto sulla sopravvivenza dei pazienti. Solo uno dei venti pazienti trattati con Baricitinib (5%) è deceduto dopo il completamento del trattamento terapeutico, rispetto a 25 pazienti morti su 56 (45%) nel gruppo di pazienti non trattati.
«L’ateneo di Verona per primo ha messo in evidenza il meccanismo con cui agisce il farmaco sui malati -, spiega Olivieri. Serviva che i nostri dati clinici fossero confermati con studi più ampi, cosa che ora è avvenuta. Se questo farmaco, come sembra, va a “derubricare” la forma infettiva polmonare del Covid a poco di più di una forma influenzale, annullandone la mortalità, allora il gioco è fatto ed anche il vaccino si può attendere con molta più tranquillità».
Il lavoro poneva al centro dell’attenzione un particolare sistema di attivazione molecolare che sembra cruciale (una sorta di “centralina” infiammatoria) nel perpetrare il danno da Covid. Poiché il trattamento è per via orale, può esser somministrato anche fuori dall’ospedale. Ciò può limitare le conseguenze negative della pandemia ed essere, quindi, di estrema rilevanza per i sistemi sanitari di tutto il mondo.
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