La Costa d’Avorio che ho visto io
«Disposizioni dall’alto» riportano Padre Lino Poffe a Sezano, dopo oltre quarant’anni in Costa d’Avorio. Una nebbia leggera e soffice, un paesaggio autunnale dai colori caldi e melanconici. Abbiamo passato una giornata in sintonia con il sentimento di stanchezza, colorato di simpatia, di Padre Lino.
di Federica Lavarini
Lino Poffe arriva preparatissimo all’incontro con Pantheon: ci mostra una cartellina blu dove ha raccolto tutto il materiale che ha pensato potesse servire per l’intervista. Soprattutto foto, scattate molti anni fa, alcune rovinate dal tempo e dall’acqua, ricordi preziosi della sua vita in Africa. Partiamo dal primo. Siamo negli anni Settanta, dieci anni dopo l’indipendenza della Costa d’Avorio dalla colonizzazione francese.
Ha scelto lei di partire per la Costa d’Avorio?
Sì, la mia partenza era prevista il 17 dicembre del 1973, ma quel giorno fu drammatico. Forse sono in pochi a ricordarlo: all’aeroporto di Fiumicino avvenne l’attentato di un gruppo di terroristi palestinesi, rimasto alla storia come “Strage di Fiumicino”. Il mio volo venne cancellato e riuscii a partire poco dopo, nel gennaio dell’anno successivo.
Come descriverebbe la Costa d’Avorio?
Nei quarant’anni in cui ho vissuto nella regione di Aboisso, al confine con il Ghana, ho visto moltissimi cambiamenti. I padri Stimmatini hanno lavorato molto sia sotto l’aspetto della diffusione del cristianesimo, sia nella costruzione di scuole, asili e presidi sanitari. Nel 1985 sono riuscito a fondare il primo asilo nido dopo aver ricevuto una donazione molto importante: un mio nipote di 23 anni, durante i festeggiamenti di laurea, fu vittima di un incidente stradale e il suo regalo di laurea, una moto molto costosa, mi venne donato dalla mamma. Un gesto forte, che mi ha dato il coraggio di proseguire per ottenere quello per cui stavo lottando. Dopo trent’anni dalla costruzione di quel primo asilo, oggi abbiamo 15 tra asili nidi e scuole materne.
Ma la sua attività non si è fermata qui…
Mi sono impegnato per la creazione di una struttura dedicata al recupero di bambini disabili, che altrimenti verrebbero abbandonati a se stessi: malformazioni alla nascita, manovre ostetriche errate che provocano danni permanenti al neonato. Sono tanti i casi che vengono trattati in questa struttura e le mamme, sapendo di poter contare su medici preparati, hanno meno paura di affrontare una situazione per loro drammatica. Grazie all’aiuto dell’Ong olandese Liliane Fonds più di 350 bambini disabili sono stati curati attraverso interventi chirurgici e riabilitativi.
C’è stato un episodio che l’ha colpito particolarmente?
Stavo passando in un villaggio e mi colpì il viso di una bambina che si nascondeva dietro una tenda tutte le volte che i nostri sguardi si incrociavano. Passai più volte dal quel villaggio e un giorno notai che la bambina aveva una gamba malformata. Con tutta la cautela necessaria in queste situazioni – noi siamo soggetti estranei in quei posti – ho chiesto il permesso ai genitori di poter vedere Akassy Constance (questo il nome della bimba, ndr). Proposi loro di portare Akassy al Centro Bambini Disabili e con il loro assenso siamo riusciti a curarla.
Si è mai sentito in pericolo?
Sì, un giorno fui bloccato da un gruppo di “santone” che mi sbarrarono la strada. Mi intimarono di andare dal capo del villaggio. Impaurito, scesi dalla macchina, ma alla fine mi chiesero di fare un rito di pacificazione. Alla fine trovai il fatto piuttosto divertente.
Come vede il futuro dei giovani in Costa d’Avorio?
Nonostante in virtù di accordi commerciali sia ancora, nei fatti, una colonia francese, la Costa d’Avorio si sta organizzando molto bene: ci sono attività economiche locali e anche la situazione sanitaria è migliorata rispetto a quando sono arrivato nel 1974. Tuttavia, molte guerre civili si sono succedute e, purtroppo, i giovani scappano in Europa, vista come simbolo di ricchezza. Alcuni riescono anche a integrarsi, ma il loro cuore è sempre in Africa, dove vorrebbero tornare per sempre.
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